Angelo Rondi, ergonomo e systemic designer, è head of research and innovation all’interno di Skyrunner. Nel suo percorso professionale ha assistito all’evoluzione della figura del designer, parallelamente all’emergere dell’advanced design come nuovo approccio all’innovazione.
In questa conversazione, Angelo parte dalla sua esperienza ventennale per proiettarci verso le nuove potenzialità del design per le imprese.

 


 

Angelo, prima di parlare di advanced design, partiamo dagli inizi.
Cosa ti ha portato a diventare un designer, nella tua vita?

Ho iniziato la mia professione quasi 20 anni fa con un’idea, anzi uno scopo: progettare le performance del sistema per migliorare il benessere delle persone che ne fanno parte.

I primi passi li ho fatti nel lontano 2001 nel ruolo di ergonomo e designer. Dopo pochi anni stavo partecipando come relatore al convegno internazionale ”Ergonomy Design Forum”, e ricordo che alcune persone del pubblico mi chiesero: “Ma tu sei un ergonomo o un designer? Perché è impossibile essere entrambe le cose”.

Quella domanda mi colpii molto, perché fino ad allora non avevo mai pensato alla mia professione in un modo così schematico e categorico.

Sul momento risposi; entrambi. Qualche anno più tardi, mentre stavo gestendo un progetto molto complesso che mi vedeva dirigere team trasversali, di discipline e culture differenti, capii che essere un ergonomo e un designer allo stesso tempo era possibile solo se si riusciva ad avere entrambe le mentalità all’interno della stessa persona. Mentalità, non competenze.

 

Ma qual è la differenza tra essere un ergonomo ed essere un designer?

Un ergonomo deve essere analitico perché studia in modo scientifico come le persone interagiscono con i sistemi.

Al contrario un designer deve essere creativo perché pensa in modo destrutturato a trovare soluzioni inedite e originali ai problemi delle persone.

All’inizio non è stato facile mantenere il controllo di questi differenti modi di pensare. Era come avere una specie di tempesta all’interno del mio cervello.

A distanza di anni, penso che questa doppia modalità di pensiero mi ha permesso di immaginare il mondo non come era ma come poteva essere, e di progettare un percorso per realizzare la stessa visione.

Penso che questo sia il motivo per cui ancora oggi mi dedico con entusiasmo a sperimentare continuamente nuovi ambiti in cui applicare il design, inteso come pensiero progettuale. E continuo ad analizzare scientificamente come le persone vivono, lavorano e interagiscono con altre persone, con gli ambienti in cui vivono e col le tecnologie che utilizzano.

Oggi lo faccio prevalentemente per creare strumenti prodotti ed ambienti ergonomici capaci di migliorare la vita delle persone stesse.

 

Parliamo allora di benessere delle persone.
Come si concilia questo con la dimensione economica, quella delle aziende?

Mi sono più volte posto la domanda: “perché è così difficile investire tempo e risorse in attività che aiutino a comprendere le persone e conseguentemente migliorare il loro benessere? E perché è particolarmente difficile nel mondo del business?”.

La risposta che ho inizialmente dato è che il mondo del business corre su una corsia differente, e con obiettivi completamente differenti, rispetto alla corsia del benessere delle persone.

 

Stai dicendo che sono due dimensioni, design e business, che non si conciliano…

No. In realtà col tempo ho trovato una risposta diversa, positiva. Esiste il punto di incontro tra design e business ed è l’advanced design che si concretizza in una nuova figura di designer. Mi spiego meglio.

Negli anni, nella gestione di differenti aziende e collaborando con team sempre più strutturati di collaboratori, ho iniziato a creare un’originale ecosistema, ovvero un network composto da professionisti multidisciplinari che operano in vari campi. Persone che lavorano in aziende con caratteristiche differenti, dalle PMI alle grandi aziende, dalle startup alle multinazionali. Persone curiose. interessate alla loro crescita e alla crescita di chi gli sta vicino.

In ogni progetto abbiamo deciso di investire e condividere tempo, risorse e conoscenza al fine di analizzare come i vari team di progetto gestivano ed eseguivano le varie attività. Abbiamo progressivamente capito e scoperto che esistono nuove potenziali professioni all’interno del mondo del lavoro, nuove definizioni di vecchie attività, nuove esigenze di competenze.

 

Un nuova figura di designer, quindi, diversa da quella che oggi conosciamo…

È il designer del domani, di cui già oggi si sente la necessità, che sarà un professionista di nuova generazione. Una particolare “creatura” capace di avere un approccio al design in senso ampio: una competenza tecnica specializzata in uno o più campi di applicazione, le technical skills, arricchito al tempo stesso da capacità inerenti molti campi di conoscenza, soprattutto delle nuove tecnologie.

Abile nel parlare differenti linguaggi allo stesso tempo: quello delle persone e quello del business. Il tutto rafforzata da forti capacità emotive, relazionali e gestionali: le soft skills.

Insomma, un designer professionista capace di evolversi verso l’advanced design, e diventare facilitatore di processi e promotore di nuove e più ampie competenze.

 

Se parliamo di advanced design, allora parliamo di innovazione. Forse il concetto più attraente ma anche più difficile per le imprese, oggi.

Oggi tutti vogliono innovare! Ma non è facile: spesso innovare è sinonimo di progetti ad alta complessità. È quasi impossibile infatti innovare qualcosa attraverso la gestione di un progetto mono-obiettivo, attraverso un approccio lineare “causa-effetto” basato sull’applicazione di buone pratiche già note.

Nella gestione e affiancamento di team multidisciplinari coinvolti nella gestione di progetti “complessi”, applico differenti approcci miscelati tra di loro a seconda delle finalità del progetto e delle persone coinvolte.

Uno di quelli che preferisco utilizzare nella gestione della complessità e dei progetti che devono generare un grande impatto di business è il design thinking.

 

Facciamo un passo indietro: chiariamo cosa è il design thinking.

Chi fa business si occupa delle cose non come sono, ma come potrebbero essere” affermava Herbert Simon, psicologo e sociologo a cui si deve, insieme ad altre menti, la fondazione della metodologia di design thinking,

Ed Herbert Simon non aveva dubbi: il business deve lavorare sempre con un occhio sul futuro.
Il suo centro non deve essere un concetto statico, deve bensì mutare nel tempo, inseguendo l’innovazione.

Il design thinking diventa quindi la risposta a questo bisogno di evoluzione: è difatti un metodo di gestione aziendale innovativo e dinamico, che contrappone la propria visione incentrata sulle persone al triangolo tipico delle business school, che vede il business al vertice superiore, e persone e tecnologia alla base.

 

Perché questo crescente interesse delle aziende verso il design thinking?

Il design thinking incuriosisce, attrae, e spinge le aziende a investire principalmente per 3 motivi.

  • La trasformazione digitale. La digitalizzazione è un processo inarrestabile, e sempre più rapido. Per riuscire a gestirlo è necessario ripensare i processi e le strutture in cui tali processi vengono applicati. Il design thinking aiuta a creare pensiero analitico e intuitivo e a rendere il processo decisionale delle aziende più efficace e veloce.
  • Esplosione dell’imprenditorialità. Negli ultimi dieci anni il contesto imprenditoriale è stato sconvolto dalla crisi economica e dalla crescita di nuove realtà digitali, i social network su tutte. Di conseguenza è cresciuta, soprattutto nei giovani, la voglia di diventare imprenditori, una sfida non semplice da affrontare, ma più gestibile tramite processi creativi e innovativi, di design thinking appunto.
  • Tecnologie digitali. Il design thinking è uno strumento per le aziende utile a individuare strategie e possibilità di sviluppo che ben aderiscano alle proprie necessità, per sfruttare al meglio le opportunità proposte dalle nuove tecnologie digitali.

 

Advanced design e design thinking… che relazione esiste tra i due concetti?

Quando parliamo di design thinking, parliamo prima di tutto di un processo, suddiviso in fasi ben specifiche che vanno dall’analisi, alla definizione, passando dall’ideazione, alla prototipazione e infine al testing.

In questo caso il processo è la cosa importante. Può essere applicato a prodotti, servizi, strategie. Fondamentalmente si è cercato di modellizzare e semplificare il naturale mindset del designer per aiutare anche chi non lo è ad applicare un metodo di lavoro strutturato (anche se apparentemente sembra destrutturato!).

Oggi soprattutto il design thinking ha permesso di acquisire un approccio che unisce business e design. Dove il business segue la logica del profitto mentre il design la logica del valore, e il valore passa anche e soprattutto dalle persone. Insomma, il design thinking serve soprattutto per chi designer non lo è.

L’advanced design è differente. Come dice il termine advanced, che si riferisce allo spingere oltre i limiti i modelli, i processi e le competenze, anche e soprattutto di chi il design già lo fa. Richiede di acquisire competenze che vanno oltre quelle del designer: competenze manageriali, tecnologiche, di gestione aziendale, finanziaria, ecc.

L’approccio diventa veramente sistemico: si vede l’azienda nella sua complessità e interdipendenza, si esce dai suoi confini andando a studiare e riprogettare anche il sistema di cui l’azienda fa parte, fino ad arrivare agli impatti sociali e ambientali che la stessa azienda ha sul contesto.

Per questo servono nuove metodologie che provengono da discipline anche apparentemente diverse tra loro, che si cerca di fondere in un unico approccio progettuale. L’obiettivo è sempre il benessere delle persone, che oggi per essere progettato richiede di guardare lontano e saper progettare anche a lungo termine. Ma questo è un altro discorso

 


 

Una interessante intervista con Angelo Rondi è disponibile al link “Quando il design thinking non funziona

Contributor: Gianluca Landone